Sgualembro

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Si tratta di un colpo di taglio portato diagonalmente da in alto a dx a in basso a sx (sgualembro, dritto con la mano "di terza in quarta"), oppure da in alto a sx a in basso a dx (sgualembro rovescio, con la mano "di seconda in terza").


Il termine Sgualembro è impiegato dal Dalle Agocchie, mentre il Marozzo e il Manciolino usano il termine Sgualembrato.


Indice

Antecedenti

Per gli autori medievali (Fiore dei Liberi e Vadi) vedi Fendente.


Anonimo Bolognese

Nella Scuola Bolognese anche l’Anonimo non utilizza il termine "sgualembro" o simili, ma ovviamente fa ampio uso dell’azione a cui corrisponde, si veda Mandritto, in particolare il tipo di mandritto che l’Anonimo definisce come il "più degno": Anonimo (ms. 345, 8v): "perciò che volgendo il colpo in qualunque maniera di traverso, sol che habbia principio dalle sinistre parti del nemico: del numero de’ quali il più degno è quello, che che prende incominciamento dal sinistro orecchio, et giunge continovando al destro genocchio, è detto mandritto."


Antonio Manciolino

Anche in Manciolino tali colpi vengono chiamati semplicemente "mandritti" o "riversi", anche se il colpo descritto in dettaglio è uno sgualembro (10r), che non viene peraltro differenziato dal tondo: "Se adunque tirerai naturalmente verso il nemico un colpo principio pigliando dall'orecchia sinistra & continovando verso il ginocchio destro, over in che parte vuoi, pur che il colpo sia tirato nelle parti sinistre del nemico è chiamato Mandritto."


Analogamente si suppone che facciano gli altri autori, e in particolare Marozzo, quando parlano solamente di un colpo dritto o rovescio, senza specificare altro.


Achille Marozzo

Per Marozzo si veda la voce colpi.


Scuola Bolognese: Giovanni Dalle Agocchie

Dalle Agocchie (8v): "Ma sgualimbro si chiama quello mandritto, che per sgualimbro trascorre, cioè dalla spalla manca al ginocchio destro dello avversario." Ancora (28r) "...Voi sapete che’l mandritto sgualimbro principia dalla spalla manca, et finisce al ginocchio destro del nimico, et per questo fu nominato colpo finito. Il mezzo mandritto è della medesima natura: nondimeno per non esser colpo finito, et per esser ancor di manco tempo, vien detto mezzo mandritto: il qual si fa il più delle volte quando si trova appresso al nimico per maggior sicurezza." Ancora in 56v: ": il mandritto può esser tondo, fendente e sgualembrato, secondo che cade il filo: se il taglio per lo dritto andarà dal destro al sinistro lato; chiamerassi mandritto tondo: se caminerà di sgualembro, cioè che cominci d’alto, & finisca a basso, & insieme dal destro al sinistro lato; lo chiameranno mandritto sgualembrato... il quale però è composto del tondo e del fendente. Queste sono le spetie del mandritto. Il rovescio ha altre tante spetie, e non più..."


Scuola Bolognese: Francesco di Sandro Altoni

Anche per Altoni questo colpo è semplicemente "il" mandritto, o "il roverso: "il mandritto che è il secondo de' colpi naturali et quel colpo di taglio che muove la mano {della spada} dal canto suo dritto et dal lato destro scendendo <a l'ingiù per la natura dello avversario passa per lla sua coscia, et dal ginocchio suo dritto, et scende per il principio della gamba del nimico uscendo del tutto di lui1> {su la punta della spalla dell'avversario sinistra e traversandoli il petto esce dalla sua parte destra al pari del (om)bellico} Il rovescio è il contrario di questo perché dove nel mandritto si muove la spada et la man dal lato destro, pel <e> contrario in questo la si muove dal lato stanco, et scendendo {su la punta della spalla destra dell'avversario traversandoli il petto esce sopra il fianco sinistro al pari del (om)bellico} <alla natura dello avversario, cade al traverso della coscia sua sinistra, et attraversando la sua coscia {sopra} il ginochjo comincia a uscir di lui, et va insino a terra sempre più lontanandosi da lui a proportione>" Libro I Cap. VIII.


E’ interessante notare come nel MS L.V. 23, ovvero nella stesura più antica, Altoni avesse pensato a un colpo molto più ampio, che scendesse fino a sotto il ginocchio dell’avversario (definizione più corrispondente a quella degli autori della Scuola Bolognese). L’autore del MS II. III. 315, invece, corregge questa definizione per poi adottarne una versione molto più "chiusa", che cala solo fino all’ombelico dell’avversario, coerentemente con la scherma praticata ormai in Italia alla fine del secolo XVI.

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Alessandro Battistini (6.3%), Jari Lanzoni (93.7%)

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